Undici domande che hai sempre voluto fare a chi ha lavorato in miniera.

Nando

Fernando Seriacopi, classe 1945, subito dopo il diploma ha iniziato a lavorare come perito in miniera. Abbiamo rivissuto con lui gli anni difficili della chiusura e delle lotte sindacali, fino a toccare i momenti più bui e brillanti della sua carriera. Oggi è una delle guide del Parco Museo Minerario.

Nando
Fernando durante una delle sue guide

D: Quando hai iniziato a lavorare in miniera?

R: il primo Febbraio 1966.

D: Con quale mansione?

R: Dato che per formazione sono un perito chimico, sono entrato come vicedirettore del laboratorio chimico; laboratorio che si occupava di fare la determinazione della percentuale di mercurio che si aveva nel minerale giorno per giorno, di tutti gli apparati di campionamento e di tutta la fase del trattamento dei campioni, fino ad arrivare alle minime quantità e a una granulometria simile al talco. Era un incarico di grande responsabilità, ed è durato fino ai primi del ’70, quando, per sostituire un collega ho iniziato a lavorare anche come tecnico di laboratorio dell’ospedale. Nella fase di trasferimento dell’ospedale dalla Società Mercurifera al settore pubblico, in quel lasso di tempo che durò circa due anni, la mattina lavoravo al laboratorio della miniera e il pomeriggio facevo le analisi all’ospedale. Chiaramente oggi ci sono dei macchinari moderni per analizzare il sangue e le urine, allora invece il sistema prevedeva molta manualità da parte del perito, tant’è che una volta mi è capitato di succhiare da una pipetta graduata una quantità di acido solforico concentrato e mi sono sentito i denti come “aggrediti” per alcuni giorni. Era un lavoro anche abbastanza pericoloso, perché  andavi a prelevare la quantità che ti occorreva di siero del sangue e delle urine sempre aspirando queste pipette con la bocca. C’erano già in commercio dei sistemi di pompaggio, ma la Società stava per lasciare tutto all’Ente Ospedaliero che si era appena formato e non sentì il bisogno di investire in mezzi più moderni.

D: Come erano le condizioni generali di lavoro durante il tuo periodo di attività?

R: Diciamo che dal ’66 al ’70 abbiamo vissuto quello che già si era creato nei primi anni ’50; una situazione con una polverosità media e tecnologia discretamente avanzata; il rischio di malattie professionali quindi era abbastanza elevato. Non bastasse questo, nel 1971 è stato messo a capo dell’aspetto tecnico di tutta la miniera un ingegnere, del quale non ti faccio il nome, che mise una batteria di depolverizzazione agli asciugatoi. In effetti, quell’ambiente specifico era relativamente pulito ma ci trovammo a dover riutilizzare un enorme quantitativo di polvere estremamente ricca di minerale che doveva per forza essere riciclata nei forni, e lì ci siamo ritrovati con una polverosità nell’ambiente forse superiore anche a quella delle gallerie.

D: Quali erano i rischi più o meno conclamati ai quali venivano esposti tutti i lavoratori della miniera?

R: Per quanto riguarda il reparto gallerie va da sé che il nemico numero uno era la polvere, che ti si fermava nei polmoni che non avevano la capacità di espellere quello che respiravi. La fatica giornaliera era enorme, fatta in condizioni ambientali estreme: alte temperature e umidità elevatissima, perché come dico sempre quando facciamo le guide, la nostra è una montagna ricca di acqua e si trovavano sorgenti un po’ dappertutto. Fino agli anni ’70 la galleria Italia serviva per espellere le acque; poi quando siamo andati nei livelli più bassi prima si pompava, poi è stata scavata la galleria del Ribasso, a – 400 metri, che è diventata la nuova galleria di espulsione; poi la miniera ha chiuso. Lo stabilimento metallurgico invece aveva altri pericoli; la polvere e l’idrargirismo, perché i vapori di mercurio da sempre, dai tempi del primo fornetto che abbiamo al museo fino alla chiusura della miniera, erano presenti. Fino ai primi del Novecento, quando non si aveva piena consapevolezza dei rischi, venivano respirati a iosa, infatti, il fenomeno dell’idrargirismo più evidente si è verificato in quel periodo, quando la gente inalava i vapori di mercurio e aveva una vita molto breve. Poi sono arrivati i più moderni mezzi di rilevamento, la pompetta che mostriamo in galleria era uno di quelli. Quando abbiamo analizzato più a fondo gli ambienti ci siamo accorti che quelli più inquinati erano le macchine dei neri, il locale dell’imbombolamento, le stanze dei quadri di comando dei forni, ma anche il refettorio, perché quando si consumava la pausa pranzo, soprattutto nelle giornate umide e piovose, ci si portava dietro una fanghiglia contenente mercurio. Sostanzialmente si mangiava in un ambiente molto inquinato, tant’è che io ricordo di aver toccato la punta massima di mercurio nelle urine di 350 Gamma/litro; la soglia limite per la sicurezza era cinquanta.

D: Cosa è la macchina dei neri?

R: I neri sono il risultato della condensazione nell’arco di ventiquattro ore. A condensare erano i vapori di mercurio, che era quello che ci interessava, che a sua volta si trascinavano dietro la polvere e i residui della combustione dei forni; il risultato era una grande massa di colore scuro, da qui il nome “neri”. I neri avevano la particolarità di rendere l’ambiente fortemente acido, e il mercurio a queste condizioni si disperde in miriadi di goccioline. Lo scopo delle macchine era di mescolare i neri appunto alla calce, in modo da asciugare il tutto e creare un ambiente basico; in questo modo il mercurio tendeva ad agglomerarsi.

D: come erano i rapporti tra sindacato e miniera? Vi sentivate tutelati?

R: Diciamo che le maestranze furono divise in due categorie, per un periodo anche abbastanza nette: quella degli operai e quella degli impiegati. Gli impiegati erano scarsamente sindacalizzati, mentre gli operai erano fortemente tutelati. La voce del sindacato veniva ascoltata, e si faceva valere parecchio all’interno della Società; a volte anche in eccesso.

D: So che eri presente quando la miniera chiuse; come si svolsero i fatti?

R: La miniera di fatto avrebbe chiuso nel 1976; lì c’è stato un accordo tra Società e sindacati di messa in cassa integrazione della maggior parte delle maestranze, mentre una piccola parte rimase a lavoro sia per fare manutenzioni, sia a causa di un fenomeno che era nato nei primi anni ’70 e continuò fino al 1983. Chi utilizzava il mercurio, soprattutto le aziende petrolchimiche, non sapeva più dove smaltire i rifiuti; lo Stato italiano pensò quindi di convogliare questi “fanghi” nella nostra miniera. Nel 1980 una parte delle maestranze vennero fatte confluire all’allora Ente di Gestione Mineraria, che aveva il compito di riconvertire parte dei lavoratori minerari a nuove attività. La storia dei fanghi si è fatta sempre più pressante, tant’è che il sindacato si è posto il problema di andare a studiare quale fosse il sistema migliore per poterli trattare nei nostri impianti ed io ho fatto parte di quella commissione che ha svolto l’indagine. Da lì ci siamo accorti che manipolare e trattare questi residui con i metodi che c’erano al tempo era estremamente pericoloso; insieme al mercurio c’era infatti il cloro, che formava un composto chiamato fosgene, molto cancerogeno. Con quei sistemi era impossibile lavorare; la Società, pressata forse dal Governo, ha proposto dei nuovi progetti e dei nuovi impianti, ma noi e il Sindacato abbiamo detto no; e così la miniera ha chiuso.

D: Come si vive una notizia del genere?

R: Addirittura c’è stata un’occupazione simbolica della miniera e il punto di riferimento era l’ex mensa dove si tenevano le assemblee dei lavoratori, e lì eravamo diventati una cosa sola tra impiegati e operai; i sindacati ci comunicavano i margini di trattativa e le notizie più brutte.

D: Il “dopo” miniera come si vive? Perché di fatto si trattò di una cessazione del lavoro a un’età relativamente giovane.

R: Se faccio un discorso personale, ho passato male un paio di anni, perché mi sono trovato nuovamente ad affrontare la cassa integrazione avendo poi ridotto i salari della cassa integrazione stessa, e a quel tempo non rimaneva che sperare nella riconversione industriale della val di Paglia, però i sindacati mi dicevano “ se noi riconvertiamo te, che sei uno dei quattro tecnici dello stabilimento metallurgico, equivale a dire a tutta la cittadinanza che la miniera chiude; tutti sappiamo che succederà, ma ufficialmente non lo possiamo comunicare”; fino a che poi effettivamente ha chiuso. Mi sono trovato nell’ultimo turno di lavoro al collaudo di un forno che serviva a trattare dei particolari fanghi, e lì c’è stata un’esplosione. Quella è stata la fine. Dopo in cassa integrazione di nuovo, finché non ho trovato un altro lavoro in un’azienda privata e per quanto mi riguarda me la sono cavata. C’è stata gente che ha continuato nel proprio campo: chi sapeva fare il meccanico o l’elettricista ha continuato in quel settore specifico lì e non se la sono passata male. Chi ha pagato tanto la chiusura della miniera sono stati i figli di quelli che non hanno avuto più il lavoro, che si son trovati con in casa delle disponibilità economiche non indifferenti, però lavoro non si trovava, e quando non si lavora e si hanno a  disposizione un bel po’ di soldi, il fenomeno della droga è quello che la fa da padrone; almeno questo è quello che è successo in quegli anni.

D: il ricordo più brutto dei tuoi anni in miniera?

R: è stato il giorno dell’antivigilia di Natale; era un sabato mattina, e noi il sabato mattina dovevamo andare nei silos degli asciugatoi perché il minerale che arrivava durante tutta la settimana dalle gallerie era bagnato e quindi i silos si incrostavano. Durante questo lavoro di disincrostazione un uomo è sceso giù per i silos, un colpo di piccone ed è partita una frana che l’ha coperto; quindi ho detto al suo compagno di liberargli la faccia, perché si sentiva ancora qualche suono e sono corso a chiedere aiuto. Guardavo l’orologio in continuazione, e quando siamo arrivati erano passati più di cinque minuti; pensavo fosse morto, invece fortunatamente l’abbiamo liberato.

D: E quello più bello?

R: il momento più bello è stato quando, nel 1984, hanno dato la Befana a mio figlio Pierpaolo, che aveva un anno. La società ogni anno per la befana regalava dei bellissimi oggetti, e lui ha avuto un pupazzo che conserviamo come una reliquia.

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Il regalo ricevuto dal figlio di Fernando.

E.R.

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