Pozzo Garibaldi

Quella conosciuta come Zona XXII si affaccia sulla galleria posta al medesimo livello di scavo. E’ caratterizzata dalla presenza imponente del Pozzo Garibaldi, l’ultimo che si apriva all’esterno, iniziato nel 1938 e all’epoca chiamato Pozzo Impero. Altri esterni erano il Pozzo Italia e il Pozzo Mafalda; mentre gli interni erano il Mili, il San Callisto, il Pozzo Nuovo e il Pozzo Ausiliario, tutti adibiti in tempi diversi alla  circolazione dei vagoni e del personale. Da questi venivano calate le “gabbie” con cui i minatori scendevano nelle gallerie scavate  orizzontalmente ad intervalli regolai di 25 metri. Durante i turni di lavoro si trasportavano in superficie i carrelli con il minerale e si facevano scendere quelli vuoti.

Dall’apertura della miniera (1897) al 1938 furono edificati difronte alla galleria XXII impianti e edifici di supporto al lavoro che si svolgeva nel sottosuolo. Dal 1938 edifici e strutture, ancora oggi visibili, furono realizzate nell’area del Pozzo Garibaldi:

• una falegnameria, per interventi di piccola entità;

• un’officina meccanica, per ogni tipo di riparazione necessaria alle gallerie interne;

• la sala dei compressori, per la generazione di aria compressa che, convogliata nel sottosuolo tramite tubi metallici, serviva ad alimentare i macchinari laggiù  usati;

• gli uffici del reparto gallerie, dove i tecnici (periti minerari e ingegneri) svolgevano le  riunioni di programmazione del lavoro;

• i bagni e gli spogliatoi per i minatori, costruiti nel 1949 su progetto dell’architetto Eugenio Montuori e dell’ingegner Leo Carlini;

• altri edifici di servizio: centraline elettriche, deposito esplosivo, magazzini, silos stoccaggio materiali, casa di guardianaggio e una piccola infermeria funzionale all’attività della squadra di salvataggio.

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ENTRATA DEGLI OPERAI IN MINIERA 

Un segnale acustico proveniente da una sirena (la corna) avvertiva gli  operai dell’inizio di uno dei tre turni di lavoro: alle ore 06.00, alle 14.00 e alle 22.00 di ogni giorno. Fino agli anni ’50, nelle gallerie i minatori si illuminavano con lampade ad acetilene e dovevano procurarsi personalmente gli indumenti di lavoro. Poi la situazione cambiò. Prima di calarsi in miniera ogni minatore, negli spogliatoi, dal proprio armadietto indossava una tuta blu, scarponi pesanti o stivali di gomma, e l’elmetto. In un’apposita sala, prendeva la propria lampada che era stata messa in carica il giorno precedente, all’uscita del lavoro e la poneva sull’elmetto, mentre la batteria era agganciata alla cintura. Ogni minatore aveva una medaglia con un numero di identificazione personale. queste erano appese in una delle due metà di un pannello detto medagliere posto vicino al pozzo.

Il medagliere b

A inizio turno il minatore spostava la propria medaglia nel’altra metà del pannello così certificava il suo ingresso al lavoro. Poi, attraverso la  gabbia che scorreva lungo il pozzo, scendeva con i compagni di turno nelle gallerie. Al termine, tornato in superficie sempre tramite la gabbia, ricollocava la medaglia al posto iniziale e così il caposervizio poteva controllare che tutti fossero tornati senza danni.

LAVORAZIONE DEL MATERIALE

Dalle gallerie uscivano due tipi di materiale:

• sterile, cioè  terra e roccia senza presenza di cinabro, proveniente dagli scavi effettuati nel sottosuolo per raggiungere le zone in cui si trovava il cinabro. Questo materiale non rivestiva alcun interesse per il ciclo produttivo e veniva convogliato verso le discariche;

• roccia mineralizzata, con la presenza di cinabro.

Il minerale  contenuto nei vagoni veniva scaricato mediante un rovesciatore nel vaglio rotante, un cilindro molto grande che aveva molti fori. Il materiale che non passava attraverso questi buchi veniva frantumato (la frantumazione era necessaria affinché il materiale potesse essere meglio essiccato e “cotto” nei forni. Il minerale  frantumato era caricato, tramite nastri trasportatori, verso gli essicccatoi dove era privato di ogni umidità. Infine arrivava ai forni dove, tramite cottura, dal cinabro, per sublimazione si liberava mercurio allo stato gassoso. Il vapore di mercurio tramite le condensazioni si  raffreddava e si trasformava in goccioline di mercurio metallico.